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...in auto arrivando da nord: uscita Pizzo e seguire indicazioni Serra San Bruno per 30 km
...in auto da sud: uscita Serre, seguire indicazioni Serra San Bruno e proseguire per ulteriori 4 Km |
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Nel cuore delle Serre, a trenta km dal mar Tirreno e a trenta dallo Jonio
Armonicamente inserito nei boschi rigogliosi delle Serre, lambito dal fiume Ancinale da cui forse deriva il suo nome Simba-Rio (fiore sul fiume), mantiene un'architettura d'interesse nazionale con edifici realizzati completamente in granito e portali di raro pregio. A est confina con il comune di Cardinale, a sud con Spadola , a ovest con Pizzoni e Vallelonga e a nord con Torre di Ruggiero. Simbario è oggi uno dei paesi culturalmente più attivi. L'elevato grado di scolarizzazione, dovuto anche alla mancanza di sbocchi nel mondo del lavoro, ha fatto dei simbariani persone di successo di levatura internazionale. Tante sono le persone che si sono distinte nei più svariati campi, a tal punto che Simbario è stato scelto come Orgoglio di Calabria e la prima rassegna regionale dell'Orgoglio Calabrese è stata fatta proprio in questo paese. Per diversi decenni la sua gente ha continuato ad emigrare lasciando il paese nella più completa desolazione.
Una delle tantissime case disabitate. |
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La Madonna delle Grazie
La bellissima statua in marmo, raffigurante la Madonna col Bambino, è un' opera di rara perfezione, realizzata (forse) da uno scultore siciliano. |
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La storia della Madonna delle Grazie raccontata da un nostro emigrato in Canada
La storia di Patoscia e la Madonna Delle Grazie
CAPITOLO PRIMO.
Patoscia non era il suo nome di battesimo.
Ormai a Simbario gli avevano appioppato quel nomignolo e nessuno ricordava il perche’.
Patoscia vi si era abituato, e col tempo vi si era persino affezzionato .
Simbario era un piccolo villaggio, il classico “quattro case e un forno,,
Anche se , I forni, erano in quantità superiore alle case, infatti e da li’ che proveniva il pane per il Signorotto del luogo conosciuto come “Il Barone,,.
Il Barone, dunque era il signore e padrone di tutto e di tutti.
Il povero Patoscia era uno dei tanti mezzadri della zona.
Mezzadro, voleva significare che il proprietario della terra, il Barone, avrebbe fornito:
La terra, l’attrezzatura per coltivarla, il Casolare, le stalle e gli eventuali animali da allevamento e da soma.
Il mezzagro avrebbe dovuto occuparsi dell’allevamento, della lavorazione dei campi, del mantenimento della proprietà e della produzione che ne scaturiva.
Alla fine del raccolto il profitto doveva essere diviso in due parti uguali tra il Mezzadro e il Padrone. Ma la realtà era ben diversa, ogni anno il povero mezzadro veniva depredato, derubato dai contabili del Barone. Alla fine il novanta percento andava nei depositi Baronali e il dieci percento al povero mezzadro.
Nessuno si lamentava, e chi lo feceva veniva premiato con un biglietto di sola andata, destinazione ignota , nessuno è stato mai ritrovato per rilasciare commenti.
Patoscia occupava la terra al confine con l’altro piccolo villaggio della zona, Spadola.
Il terreno era il peggiore di quella sfortunata valle del fiume Ancinale, fiume quasi sempre in secca. Sulle sue rive, insieme a Simbario e Spadola, si trovava un’altro povero villaggio, Brognaturo, visti con gli occhi di Dio dal suo trono nel firmamento, tutti e tre potevano essere tranquillamente scambiati per una piccola citta’circondata da verdi colline ricche di alberi di castagno. In realtà, non solo erano tre paesi diversi, ma avevano anche tradizioni diverse ma il pezzo forte era la lingua parlata, tre paesi diversi, tre lingue diverse.
La sola cosa che avevano in comune era il Barone e le sue sanguisughe.
Il terreno , dunque, era peggio di una cava di pietra.
In Aprile ci vai con tuo figlio, a raccogliere le pietre in modo che quando ci passi l’aratro, la lama non si spezza.
Passi la giornata così, e alla sera quando il sole comincia a scendere dietro le colline, le tue mani sono diventate insensibili, nere, dure, le tue unghie non hanno bisogno di essere tagliate perchè le pietre che hai raccolto le hanno consumate fino ai polpastrelli.
La schiena ti fà male ma non puoi riposarti, devi portare il carro pieno di pietre nell’angolo più lontano del terreno dove c’è quella montagnetta che hai incominciato in un passato ormai lontano, quando credevi di essere un Dio, quando, pieno di speranza e di energia ti eri promesso che avresti domato questa bestia, adesso, stanco e affamato ti accorgi che è stata la terra a domare te. Poi c’è la legna da spaccare, gli animali da governare per la notte, e chissà la moglie con quale sorpresa ti sta aspettando sull’uscio di casa.
CAPITOLO SECONDO
Guardi tuo figlio, altrettanto stanco, e il tuo cuore viene trafitto da una lama, il poveretto ha appena dieci anni e sa già cosa vuol dire sudore della fronte.
Quando poi viene il giorno dell’aratura e l’aratro si spezza, perchè gli occhi pieni di sudore non hanno visto il sasso, quel giorno vuoi mollare tutto e partire per non sai dove e non ritornare mai più. Vuoi mandare al diavolo la terra, le pietre, che sembrano crescere nel campo come patate, il Barone e perchè no, anche il paese.
Ma non ce la fai , il paese ti tiene, e solo allora ti accorgi che tu sei il paese e il paese sei tu.
Solo allora ti accorgi che lo ami, che hai bisogno di lui, e lui di te’ , e rieccoti di nuovo a cambiare la lama dell’aratro per l’ennesima volta e ricominciare.
E’ con quel tipo di sudore che i poveri contadini annaffiano i campi del Barone, è con il loro sangue e sudore che la terra dà i suoi frutti per la pancia del Barone.
Solo il povero lavoratore conosce queste cose, conosce l’umiliazione quando i contabili separano i profitti, e conoscono la fame,……. si conoscono la fame.
Patoscia sapeva queste cose, le aveva vissute di prima persona.
Ma la sua fede era forte e confidava in Dio.
Ogni notte, prima di distendere le sue vecchie ossa emaciate, pregava e ringraziava tutti i Santi del Paradiso.
Ma quell’inverno gli Dei avevano in serbo un’amara sorpresa per il contadino.
Il raccolto si rivelò il più scarso a memoria d’uomo e come se non bastasse la neve arrivò in anticipo.
Patoscia ormai vecchio e solo stava riscaldandosi davanti al camino, la poca legna scoppiettava e le misere fiamme illuminavano le poche cose rimaste nella polverosa cucina.
Stava per assopirsi, quando qualcuno cominciò a battere alla sua porta.
Si alzò e andò ad aprire.
Quello che sostava sulla soglia di casa era un pellegrino, sporco, quasi assiderato dal freddo e molto, molto affamato.
Non proferì parola, forse perchè sapeva che bastava guardare le sue condizioni per dare un’idea al padrone di casa lo stato in cui era ridotto.
Patoscia, dal canto suo, non fece domande, invitò il pover’uomo ad entrare e chiuse la porta dietro le sue spalle.
Lo fece accomodare vicino al fuoco e gli porse una scodella di brodo caldo.
Il pellegrino lo ringraziò per il suo buon cuore, finito il suo misero pasto raccontò a Patoscia che era in viaggio verso Soverato Marina.
Si stava recando sulla spiaggia perchè aveva sentito dire di una bellissima statua della Madonna Delle Grazie. Questa statua, raccontò , era pesantissima, e chiunque sarebbe riuscito a caricarla sul proprio carro avrebbe avuto il diritto di trasportarla al proprio paese.
Moltissimi carrettieri dai paesi sparsi per il Baronato si erano già messi in cammino verso Soverato. Patoscia, dal canto suo, sapeva che il suo vecchio carretto e le sue due mucche scheletrite dalla fame non avrebbero avuto speranza neanche a compierne metà del lungo cammino verso Soverato, e lo disse senza vergogna.
Il pellegrino ricordò al povero contadino che chi ha fede può compiere ogni impresa.
Il fuoco si andava lentamente affievolendo, il pellegrino si alzò , salutò Patoscia e si avviò verso la porta. Prima di scomparire nella notte, ricordò al vecchio che la fede, quella vera, smuove le montagne.
CAPITOLO TERZO
Quella notte non dormiì, disteso sul vecchio materasso, guardava il soffitto e rivedeva il suo passato. Non c’erano ricordi felici nel passato di Patoscia, dopo la morte dei genitori si buttò a capofitto nel lavoro, la terra si prese la parte migliore della sua giovinezza.
Quando la moglie gli diede il primo e unico figlio, non ci furono festeggiamenti, il lavoro dei campi non lascia spazio neanche per gli affetti, specialmente se il momento del raccolto coincide con la nascita del primogenito. Chiamò il figlio, Bruno, in memoria di suo padre.
Bruno crebbe sano e forte nonostante la scarsità di cibo e svaghi, Patoscia già pensava a quelle due braccia forti con orgoglio e speranza, ci voleva proprio qualcuno come Bruno per aiutarlo, e forse avrebbe persino trovato il tempo per un pò di riposo, in fondo , I figli erano il bastone della vecchiaia, o no!!?.
Il Demonio però non conosce riposo nè tregua.
Appena diciottenne, Bruno lasciò il paese e la famiglia e sparì nella nebbia del tempo.
In cerca di qualcosa di meglio, in cerca di un futuro migliore rincorrendo il suo destino.
Ne Patoscia, ne la moglie seppero mai cosa ne fù di loro figlio.
Rosina, la moglie di Patoscia, soffrì molto per la perdita del figlio, ne soffrì a tal punto da ammalarsi gravemente.
Quando il medico stilò il certificato di morte scrisse una sola parola “Dissenteria,, anche se avesse scritto “malnutrimento o Cuore infranto, nessuno ne avrebbe capito il significato, neanche il dottore stesso. Le prognosi a quei tempi erano quasi tutte (ignote)……. “Dissenteria,,
Purtroppo, per i poveri dottori, i mezzi erano paurosamente pochi e mal forniti, in materia di medicinali, poi, c’era solo di che alleggerire i dolori, il Laudano, e non era gratis.
Rimase da solo con il suo dolore, ma la terra non gli lasciava fiato nemmeno per piangere.
Senza nessun aiuto, ben presto i campi si trasformarono in steppe brulle e desolate, il casolare incominciò a deperire sotto il peso delle intemperie e gli animali, uno per volta, intrapresero il lungo viaggio verso le verdi praterie del Paradiso.
Così , perso nei ricordi, il povero Patoscia si addormentò.
Il suo sogno fù felice, forse per la prima volta in vita sua.
Sognò una donna bellissima, vestita di sete preziosissime, portava in capo una favolosa corona d’oro tempestata di brillanti, posata dolcemente sopra i suoi biondi capelli.
Aveva in braccio un bimbo seminudo ach’esso con il capo adornato da una corona e soffici riccioli biondi.
Patoscia non era il solo ad ammirare quella figura divina, c’era una moltitudine di gente.
Tutti pregavano e si battevano il petto, uomini e donne, vecchi e bambini.
Nonostante fosse il più lontano dalla Signora e si sentisse piccolo e insignificante, gli occhi della donna guardavano nei suoi, il suo cuore cominciò a galoppare come un cavallo impazzito, I suoi occhi si bagnarono di pianto, e dalla sua bocca uscì il nome del primo, vero e unico amore della sua vita….. “Madre,,
Anche gli occhi del bimbo lo guardavano, quegli occhi diffondevano pace, felicità , perdono, speranza , serenità, giustizia, amore. Il piccolo teneva nella mano sinistra una sfera sormontata da una croce, la sfera era il mondo e la croce erano le sue sofferenze.
Dalle labbra del bimbo usci una sola parola,”Vieni!!!,,
Patoscia si svegliò di schianto, come ogni mattina da quando la moglie si era ricongiunta con i suoi e con gli Angeli del Paradiso.
CAPITOLO QUARTO.
Non ricordò niente di quanto aveva sognato, e non capi’perchè era in un mare di sudore, in fondo l’aria era ferdda e il camino era ormai spento, ma ricordò le parole del pellegrino - la fede smuove le montagne e la Madonna Delle Grazie aspetta a Soverato -.
Armato di buon cuore e di speranza il povero contadino raccolse in una sacca da viaggio quel poco di cibo che gli rimaneva, vi aggiunse delle candele, dei fiammiferi, e un rosario, quest’ultimo senza un motivo, senza saperne il perchè.
L’aria, all’alba del nuovo giorno, era fresca e prometteva buon tempo, l’ideale per un lungo viaggio. Ma il previdente contadino non trascura I buoni proverbi ”pani e mantu non grava tantu,, aggiunse al tutto un pesante cappotto e la cerata, (mantella di tela impermeabile).
Le due mucche scheletrite dalla fame giacevano in stato semicomatoso nella stalla, il carro semidistrutto faceva ormai da ricovero per i topi. In meno di un’ora tutti e quattro erano pronti per la partenza. Non c’erano porte da chiudere a chiave ne cancelli da accostare, nella mente di Patoscia c’era solo la strada davanti a lui e sapeva perchè la stava percorrendo.
Sapeva che c’era una statua da trasportare.
Sapeva che, qualcuno o qualcosa lo spingeva, lo invocava… lo chiamava.
Si accorse molto presto che non era il solo su quella strada, c’erano altri carri trainati prevalentemente da muscolosi buoi, altrettanti carrettieri seguiti a ruota dalle loro famiglie, altri erano semplicemente da soli. i carri erano stati addobbati a festa, vivaci colori erano stati applicati al robusto legno, persino i buoi erano agghindati come cavalli da circo e chi ci viaggiava sopra pregava.
Riconobbe numerosi Simbariani, vecchi amici e persino un parente che non si ricordava di avere.
Passando in mezzo a quella processione, sentiva la gente ridere e indirizzare la loro attenzione verso il suo carretto, alcuni lo fecero esplicitamente chiedendo a Patoscia se stesse andando a buttare quel carrettone nel mare, altri lo prendevano in giro per le due povere vacche che lo trainavano, - ehi!!! Patoscia, dove le porti al mattatoio?? Non son buone neanche per farci pelle da tamburo -. Altri dicevano - sei sicuro che sono ancora vive??? - E altri ancora - ma come hai fatto a farle uscire dalla stalla??, - quelle vacche sono troppo grasse- hei!! ma sono vere o sono mummie egiziane?? - quel carretto non si regge in piedi—ma dove credi di andare con quel coso?? - ma perche’ non te ne torni a casa prima che quelle bestiaccie schiattino di fatica??—hei!! Paposcia……quei due scheletri ambulanti non ci arriveranno mai vivi a Soverato - . Deriso e umiliato, il pover’uomo continuò imperterrito per la sua meta.
La mattinata si rivelò una benedizione dopo il freddo dei giorni scorsi.
Il cielo azzurro, non una nuvola e la natura sembrava cantare lode al Signore.
Le mucche non sembravano far fatica, non una volta si fermarono a riposare o a brucare, lo stesso Patoscia non mangiò niente, non aveva fame ne si sentiva stanco, al contrario, non vedeva l’ora di arrivare alla spiaggia. Il viaggio durò tutto il giorno e quando il sole cominciò a discendere dietro l’orizzonte del mondo, davanti a Patoscia e il suo malridotto carretto si presentò l’immensita del Mar Jonio.
Una folla numerosa si era radunata di fronte a quella, che agli occhi del contadino, sembrava una figura di donna con in braccio un bambino.
Avvicinatosi si rese conto di chi quella Signora fosse, l’aveva vista nel sogno, si adesso ricordava quello che aveva sognato. Cadde in ginocchio e cominciò a piangere, il suo cuore si riempì di tristezza, guardò le due povere mucche e si rese conto da dove la sua tristezza era scaturita. Non ce l'avrebbe mai fatta a trasportare la Vergine fino a Simbario, non con quelle vacche e non con quel carretto sgangherato.
CAPITOLO QUINTO.
Il sole era ormai calato, l’oscurità era scesa sul mondo come un sudario.
La gente accampata di fronte alla Vergine, cantava e pregava.
Durante il giorno centinaia di carrettieri avevano provato a spostare la pesante statua.
Nessuno ci era riuscito, così avevano deciso di accamparsi per la notte e riprovare la mattina dopo. Quelli che riconobbero Patoscia non persero tempo a deriderlo, ma il vecchio contadino non prestava attenzione che alla Madonna Delle Grazie.
Durante il lungo viaggio non si era sentito stanco, ma adesso, dopo aver pianto, si sentiva stanco e affamato. Portò le due vacche vicino un grosso cespuglio e verso’ loro dell’acqua ma non le distacco’ dal carretto, pensava che forse, dopo aver mangiato un boccone, approfittando dell’oscurità, avrebbe preso la via di casa, evitando altre umiliazioni.
La stanchezza però prese il sopravvento e il povero vecchio si addormentò.
Sognò di nuovo la Madonna e il suo bambino, adesso conosceva anche il nome di quel bimbo,
e il suo nome era Gesù, Il Salvatore, il Figlio di Dio, l’Agnello Immolato, il Re dei Re.
Lo svegliarono gli schiamazzi della gente, qualcosa era successo durante la notte.
Si girò intorno e non vide il suo carretto, pensò che fosse stato rubato, e la terra gli mancò sotto i piedi, improvvisamente un uomo gli si avvicinò e cominciò a parlargli.
Qualcuno, durante la notte ha trovato il modo di caricare la Madonna sul suo carro, anzi su di un vecchio carretto decrepito,<< cose da pazzi, è un miracolo se non si spezza in due >>
poi da lontano senti’ gridare il suo nome.
- Patosciaaaaa!!!! Patoscia!!! - era un Simbariano,
- la Madonna è sul tuo carretto!!!! Come hai fatto a caricarla??? -.
Adesso la gente si stava radunando intorno a lui, lo tempestavano di domande, gli stringevano la mano, lo toccavano come se lui stesso fosse un Santo.
Ma Patoscia era confuso e non sapeva cosa dire, cominciò a farsi largo tra la folla, camminava come in un sogno, come in una fitta nebbia, la folla si allargava di fronte a lui, come si allargarono le acque del mare di fronte a Mosè.
Quando l’ultima persona si tolse dalla vista fù allora che il suo cuore si fermò , il fiato non volle uscire dai polmoni, le gambe non lo ressero più ,cadde a terra in ginocchio e cominciò a pregare piangendo, in mano teneva il rosario di sua madre che si era portato dietro senza nemmeno accorgersene, davanti a lui, sul suo carretto c’era la statua della Madonna Delle Grazie nella sua maestosa bellezza. Le mucche brucavano tranquille le poche sterpaglie che spuntavano quà e là dalla sabbia. Adesso solo il silenzio regnava, silenzio che voleva dire, rispetto, ammirazione, meraviglia, il miracolo era chiaro come il sole, e tutti lo riconobbero.
Patoscia si alzò , si fece il segno della croce, si avvicinò al carretto, toccò i piedi della Vergine con la mano e se la portò alla bocca, poi, rivoltosi alle due mucche, disse << andiamo a casa >>
Le mucche cominciarono a tirare, senza sforzo, senza faticare, sembrava che il carretto fosse vuoto, neanche le ruote lasciavano segni sulla sabbia e la folla gridò di nuovo al miracolo.
Il viaggio di ritorno fù più veloce, o almeno così parve a Patoscia, la gente si disperse durante il cammino, e quella sera il contadino entrava alle porte del paese con il suo prezioso carico.
Patoscia provò a fermare il carro, era ormai buio, ma le mucche non vollero farlo, continuarono per un’altro centinaio di metri e alla fine si fermarono sotto una fila di pioppi.
C’era una fontana, l’acqua fresca e cristallina aveva attirato gli animali, almeno così pensò il vecchio, ma la verità era un’altra e Patoscia non l’avrebbe scoperta nè quella mattina ne mai.
Patoscia non sapeva che il suo sentiero sarebbe finito lì.
CAPITOLO SESTO.
A quel punto non c’era altro da fare che aspettare l’alba, alle prime luci la gente sarebbe arrivata e avrebbero provato a sistemare la statua da qualche parte.
Si addormentò pregando e di nuovo sognò , e questa volta, nel sogno, sua madre lo prese per mano e insieme andarono a casa, non la casa terrena ma quella celeste, la casa del Padre.
Quando i primi Simbariani giunsero sul luogo non videro il carretto nè le mucche, quello che videro fù un’altro miracolo. La statua della Madonna Delle Grazie era stata posata da qualcuno sopra il tronco di un grosso pioppo, ai piedi del tronco dormiva Patoscia, o forse non dormiva, forse il vecchio si era finalmente congedato con le sofferenze da questo mondo, anzi…non forse…certamente aveva finito di soffrire, adesso riposava con i giusti, adesso sedeva a tavola nella casa del Padre, adesso giocava con gli Angeli, adesso, finalmente, poteva abbracciare sua madre.
Intorno alla statua, sul terreno circostante, c’erano tracciate le linee di demarcazione, là sarebbero state scavate le fondamenta della chiesa e là venne costruita, e là possiamo visitarla ancora oggi insieme alla bellissima statua della Madonna Delle Grazie, e chissà …..forse….sotto quell’altare,,,,,, nell’ossario, chissà forse le prime ossa che sono state depositate là sotto sono proprio quelle del nostro povero Patoscia.
F.R. Fraietta
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Le Serre, le nostre montagne
Tra la Sila e l’Aspromonte si sviluppa una catena montuosa di raro pregio e interesse naturalistico: le Serre.
Sono montagne granitiche ricoperte di foreste fin sulle cime, visto che culminano con i 1.423 m del monte Pecoraro e quindi non raggiungono la quota in cui le foreste devono lasciare il terreno agli arbusti e alle praterie d’alta quota.
Solo in alcuni casi, ma comunque avvolte dai boschi, emergono dai crinali rocce granitiche, creando atmosfere molto particolari tra gli alberi che le circondano: è quanto avviene sul monte Pietra del Caricatore (1.414 m).
Episodio geologico a sé stante è quello del Monte Mammicomito sul limite orientale delle Serre, caratterizzato da calcari, con grotte, doline, inghiottitoi, archi naturali.
La ricchezza di foreste, la loro grande estensione e i pascoli verdeggianti, l’assenza di panorami aridi e brulli tipici del Meridione rende quindi le Serre molto particolari, con centri abitati in fondo a splendide conche. Si tratta, in realtà, di due catene montuose parallele, con i crinali che oscillano intorno ai 1.000 m di quota, divise dalla valle del fiume Ancinale, i cui rilevi sono ricchi d’acqua e percorsi da torrentelli e corsi d’acqua. Il versante orientale è quello più accidentato, con territori impervi, fortemente accidentati, anche se non elevati. Le foreste sono ovunque di grande bellezza: anche se il faggio dagli 800 m di quota in su è sempre pronto a dilagare, nelle valli più riparate si trovano sui crinali, boschi di querce e abetine di abete bianco.
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Nella parte meridionale della catena, tutti ambienti ospitano una fauna di grandissimo interesse resa scarsa dalla caccia dei passati decenni e oggi in forte recupero grazie anche all'apertura del Parco delle Serre.
Alcune di queste foreste, come quelle di Serra San Bruno, sulle pendici settentrionali del monte Pecoraro, o quelle intorno alla certosa di San Bruno, sono giustamente le più famose ma le altre intorno non sono meno importanti.
Altra caratteristica delle Serre è la ricchezza d’acqua, che sgorga da sorgenti ovunque numerose e forma ruscelli, torrenti e fiumare che si infilano spesso, e soprattutto nel versante orientale, in forre strette e buie completamente coperte dalle chiome degli alberi in cui creano anche cascate alte generalmente fino a 30 m., come quelle spettacolari di Pietra Cupa, sulla fiumara Assi , ma anche di più, come nel caso delle cascate di Marmarico che hanno un salto di 90 m.
Non mancano gli ambienti rupestri, anche se molto limitati: sono quelli presso Pazzano, Stilo e Bivongi, preziosi rifugi per la fauna.
Le Serre sono quindi destinate a coloro che cercano la solitudine in panorami poco frequentati dall’uomo, che sanno apprezzare gli alberi secolari e i ruscelli nei boschi, che preferiscono scoprire da soli una natura in gran parte ancora poco conosciuta. |
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